Quando mi dicono «sei troppo gentile», la frase mi infastidisce. Mi sembra che trasformi una qualità relazionale in un difetto, come se la gentilezza fosse ingenuità. Io la considero una scelta di postura: richiede attenzione, lucidità e (talvolta molta) pazienza.
Per me gentilezza e confini stanno nello stesso gesto di attenzione: ai bisogni altrui e ai miei. Rispettare l’altra persona comprende anche la responsabilità di comunicare con chiarezza ciò che posso offrire. E non sempre è facile.
Il confine che vorrei fosse già chiaro
Idealmente, mi piacerebbe che le persone fossero abbastanza consapevoli da accorgersi dei confini altrui e rispettarli. Nella vita reale, però, capita di essere così concentrati sui propri bisogni da non vedere subito l’effetto delle proprie azioni.
Mi viene in mente chi svolta o sorpassa in un punto pericoloso, aspettandosi che l’altra macchina gli faccia spazio. Se l’altra persona non rallenta o non si sposta, chi ha compiuto la manovra può sentirsi ostacolato e attribuirle la colpa. La responsabilità della situazione, però, era già nella scelta di fare quella manovra.
Questa dinamica mi è familiare. So che l’autogiustificazione e la proiezione possono riguardare chiunque, me compresa. A volte è più facile pensare che sia l’altro a essere rigido, ostile o poco collaborativo, che fermarsi a guardare se e come abbiamo contribuito a creare quella situazione.
Nelle relazioni succede qualcosa di simile: una richiesta insistente può sembrare legittima a chi la fa; un rifiuto può apparire improvvisamente scortese; una persona che si protegge può essere accusata di esagerare. Non importa quanto questo meccanismo mi faccia andare in bestia. Esiste, fa parte del nostro modo di funzionare. Ma se di questo va preso atto, la disattenzione umana non può diventare una scusa per giustificare ogni forma di mancanza di rispetto. Ed è chiaro che a nessuno (o magari solo a pochissimi) fa piacere sentirsi calpestati. Viene allora da chiedersi perché, ciclicamente, tendiamo a incappare in situazioni sgradevoli dove qualcuno si sente legittimato a oltrepassare uno o più confini della relazione. Siamo noi a concedergli questo potere?
Perché l’immagine dell’uomo forte ci seduce?
La psicologia del lavoro offre alcuni elementi utili per capire perché certi modi di presentarsi vengano letti come leadership. In tre studi sulle discussioni di gruppo senza un capo formalmente nominato, le persone con punteggi più alti di narcisismo avevano maggiori probabilità di emergere come leader; uno degli studi coinvolgeva anche un gruppo di dirigenti valutati da esperti. Brunell e colleghi, 2008.
Una successiva meta-analisi ha distinto l’emergere come leader dall’efficacia della leadership. Ha rilevato un’associazione positiva tra narcisismo ed emergere come leader, nessuna relazione lineare complessiva con l’efficacia valutata da altre persone e una possibile relazione curvilinea. Il risultato distingue un primo impatto — essere riconosciuti come leader — dalle valutazioni sull’efficacia nel ruolo. Grijalva e colleghi, 2015.
Un altro studio ha analizzato il rapporto tra gradevolezza — il tratto di personalità chiamato agreeableness — e reddito. Gli autori hanno trovato un’associazione negativa più marcata negli uomini, replicata in un secondo studio anche controllando gli altri tratti del modello dei Big Five. È un risultato circoscritto, che riguarda una specifica misura di personalità e la sua relazione con il reddito. Judge, Livingston e Hurst, 2012.
Queste ricerche misurano tendenze di gruppo e fenomeni circoscritti; parlare di diagnosi individuali richiede tutt’altro. Aiutano però a osservare un meccanismo: la sicurezza esibita può essere riconosciuta rapidamente, mentre la trasparenza, l’ascolto e la responsabilità relazionale richiedono più tempo per essere visti e apprezzati. Diciamo che in un primo momento hanno minore probabilità di fare colpo sugli altri, e questo può essere problematico quando comporta una delega di potere a persone poco oneste.
Una scelta che riguarda anche il contesto
Di tutta questa faccenda mi colpisce la distanza tra ciò che diciamo di volere — collaborazione, rispetto, ambienti di lavoro vivibili — e i comportamenti che tendiamo a premiare: chi parla sovrastando, chi impone la propria direzione, chi dà un’impressione immediata di controllo. Poi, quando le relazioni si irrigidiscono e il clima diventa pesante, arrivano le lamentele, e spesso proprio da quelli che si sono fatti sedurre.
Le dinamiche collettive si alimentano anche attraverso decisioni quotidiane: chi ascoltiamo, chi promuoviamo, a chi perdoniamo certi modi e a chi chiediamo di essere sempre accomodante. Per cambiare il clima di un gruppo serve chiedersi quali comportamenti stiamo sostenendo con la nostra fiducia e con le nostre scelte. Ma si sa: uno dei problemi principali delle dinamiche di gruppo risiede proprio nel rischio che ciascuno si deresponsabilizzi, scaricando le proprie responsabilità sulle dinamiche collettive. La buona notizia è che questa tendenza si può invertire, a patto che ci si lavori consapevolmente.
Gentilezza e confini
Essere gentile, per me, significa considerare l’altra persona e la sua esperienza. Significa anche assumermi la responsabilità dei miei errori, dire con chiarezza quando qualcosa supera il mio limite e lasciare che l’altro faccia lo stesso.
Quando mi domando «sono troppo gentile?», provo a trasformare la domanda: sto scegliendo liberamente questa disponibilità? Riesco a dire di no quando serve? I miei confini vengono ascoltati? Le risposte mi aiutano a capire se questa disponibilità è una scelta che mi fa sentire integra e rispettata.
Detto ciò, ecco quale continua ad essere la mia posizione di fondo sulla questione: in un mondo in cui la gentilezza sembra spesso mancare, considerarla un difetto mi appare una delle accuse più surreali. La gentilezza, per me, è una scelta di postura relazionale e una forma di resistenza al declino umano, quello trainato dai nostri lati più oscuri e nocivi. Non è proprio questa la sfida alla quale siamo chiamati a rispondere come umanità?
Riferimenti
- Brunell, A. B. et al. (2008). Leader emergence: the case of the narcissistic leader. Personality and Social Psychology Bulletin, 34(12), 1663–1676.
- Grijalva, E. et al. (2015). Narcissism and Leadership: A Meta-Analytic Review of Linear and Nonlinear Relationships. Personnel Psychology, 68(1), 1–47.
- Judge, T. A., Livingston, B. A., & Hurst, C. (2012). Do nice guys—and gals—really finish last? The joint effects of sex and agreeableness on income. Journal of Personality and Social Psychology, 102(2), 390–407.